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16 febbraio 2017
In ricordo di Carlo Erminero

Del profilo professionale di Carlo Erminero si sa tutto. Delle sue esperienze aziendali molto si è scritto focalizzando l’attenzione sulle innovazioni che ha portato nel mondo della ricerca italiana e che lui raccontava dicendo «studiavamo molto e ci venne qualche buona idea». E in effetti furono delle buone idee aver pensato alle ricerche sui media, aver fuso approcci quali-quantitativi, ideato nuovi modelli per l’analisi cambiamento sociale e introdotto nuove metodologie . Giusto per dire di quelle più note.

Poco invece si è detto di quanto stava alla base della sua passione. Carlo per definire la ricerca diceva «la amo perché è bella.» Semplicemente. E poi spiegava che è bello capire un problema ed è ancor più bello capire i risultati che dopo l’indagine ci si trova sul tavolo. I dati non parlano da soli, lo ripeteva spesso. Se lo facessero non ci sarebbero tanti flop nel marketing e nelle proiezioni politiche, tanto per stare ancorati alla realtà. Sarebbe come fare l’acqua di Vichy con l’Idrolitina. Meccanico e di poca soddisfazione

Al concetto di bello Carlo sottendeva un mondo di emozioni e sensazioni: amava l’opera, i Beatles, i quadri di Edward Hopper, le auto americane, la tecnologia, la buona tavola, le barche a vela, il vino e il web. Che è come dire un mondo fatto di universalità, di curiosità, di varietà, di interdisciplinarietà, di metodo, di scienza e di creatività. E infine, a riassunto, di divertimento. Se manca questo nessun progetto sta in piedi. E Carlo si è molto divertito.

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